Luis Ballesteros Pastor, Pompeyo Trogo, Justino y Mitrídates. Comentario al Epítome de las Historias Filípicas (37,1,6–38,8,1), Hildesheim – Zürich – New York (Georg Olms Verlag) 2013 (Spudasmata 154) XV, 368 S., ISBN 978-3-487-15070-3 (brosch.) € 58,–
Reviewed Publication:
Pastor Luis Ballesteros Pompeyo Trogo, Justino y Mitrídates. Comentario al Epítome de las Historias Filípicas (37,1,6–38,8,1) Georg Olms Verlag Hildesheim – Zürich – New York (Spudasmata 154) 1 368 2013 978-3-487-15070-3 (brosch.) € 58,–
Luis B(allesteros) P(astor), professore di Storia Antica presso l’Università di Siviglia, in questo corposo volume raccoglie molti anni di studi sulla storia pontica e sul celebre discorso tenuto alle truppe da Mitridate Eupatore così come riportato dall’Epitoma Historiarum Philippicarum Pompei Trogi di Giustino (Iust. 38, 4–7). Aggungere. „Si tratta di“ un brano particolarmente significativo in quanto è l’unico frammento che il breviatore dichiara di aver tratto, presumibilmente verbatim, dall’originale.
Il volume si compone di una vasta introduzione, dell’estensione e della densità scientifica di una monografia autonoma (1–102), in cui B. P. affronta questioni di carattere più generale e propone audaci innovazioni al dibattito critico. Il testo latino del brano di Giustino in oggetto (Iust. 37, 1, 6–38, 8, 1), comprensivo dei Prologi relativi ai due libri, apre il lungo commento (111–296). Concludono l’opera una robusta bibliografia (297–354) e un indice dei termini notevoli (355–368).
Per molto tempo la critica ha riservato scarsa considerazione a Pompeo Trogo e Giustino, entrambi relegati in ruoli subalterni. Per quanto concerne il primo, lunga fortuna ha conosciuto la cosiddetta „ipotesi timagenica“, risalente al pensiero di Alfred von Gutschmid: l’opera di Pompeo Trogo sarebbe una semplice versione latina di un originale di Timagene di Alessandria. Ancora più scarsa, se possibile, è poi stata l’attenzione riservata a Giustino: il fatto che sia proprio lui a definire la sua opera in termini di florilegio (Iust. praef. 4: breve veluti florum corpusculum feci) ha indotto una parte della critica, da un lato, a ridurre al minimo il peso del suo intervento, quale semplice accostamento di frammenti selezionati. D’altro canto, i numerosi punti in cui l’originale è stato tagliato in modo infelice, compromettendo quindi la comprensione del corretto svolgersi delle vicende, ha procurato a Giustino giudizi ben severi circa le sue capacità intellettive. Fu solo dalla seconda metà del secolo scorso che, almeno a proposito di Trogo, si è andata affermando una tendenza diversa: infatti, a seguito di studi come quello di Elena Malaspina, che a proposito del presunto anti-romanesimo di Pompeo Trogo preferì parlare di „filobarbarismo“, l’ipotesi delle Historiae Philippicae come semplice traduzione di una fonte greca è andata declinando, a favore, invece, della valorizzazione della personalità artistica di Trogo. Più sullo sfondo, invece, continua a rimanere Giustino: complice la quasi totale assenza di dati utili alla ricostruzione del suo profilo, l’epitomatore parrebbe ancora imprigionato nelle parole di Ronald Syme, che in lui vedevano „a text rather than a personality“.
Date queste premesse, parrebbe quindi difficile avanzare qualche ipotesi innovativa, e pertanto l’approccio degli studiosi finora è stato generalmente improntato a estrema prudenza. In questo senso il primo, indubbio, merito di B. P. è quello di non aver avuto timore nel misurarsi in un cimento non semplice e aver quindi scosso un dibattito spesso arenato nel non liquet. Inoltre, se, come si è già detto, gli ultimi studi sono stati orientati più all’indagine e alla valorizzazione de Pompeo Trogo storiografo, B. P. pur continuando ad approfondire la figura dell’autore dell’originale, sposta l’attenzione anche su Giustino, di cui prova a tracciare un profilo di inedita precisione. Lo troviamo delineato nel primo capitolo dell’Introduzione (1–20): Giustino sarebbe un retore di origine scita, proveniente dalla costa a ovest del Mar Nero (6), forse da Olbia Pontica, una città greca dell’Euxino Occidentale che contava tra i suoi abitanti un nucleo di Sciti (9); testimonierebbero tale provenienza le lodi che il testo tributa a quel popolo. Rispetto ad altre proposte avanzate in passato, come quella che vorrebbe Giustino africano, data una certa preminenza delle vicende della regione nel testo, o gallo, sulla base della distribuzione geografica del nome „Iustinus“ (una tesi sostenuta da A. Mócsy, Zu einigen Galliern in der Literatur der Kaiserzeit, Acta antiqua Academiae Scientiarum Hungaricae 30, 1982–1984, 379–386, non presente in bibliografia), quella di B. P. potrebbe trovare un certo fondamento nel fatto che le sezioni sugli Sciti siano pressoché le uniche a essere sopravvissute al sistematico taglio dei passi geo-etnografici.
Altrettanto innovative sono poi le tesi in merito alla genesi del breviario: constatando che nell’Epitoma non compaiono quasi mai notizie presenti in Appiano, B. P. ne deduce che Giustino abbia inteso compendiare Trogo al fine di comporre un’opera complementare a quella dello storico greco (14), un’ipotesi che ha certo il pregio di vedere in Giustino un autore consapevole, con statura artistica indipendente e non solo un pedissequo epitomatore.
Delineata la figura di Giustino, l’attenzione di B. P. si sposta poi all’opera originale e alla dibattuta questione delle fonti di Pompeo Trogo (20–46). Anche in questo caso, la ricostruzione proposta è ardita: pur ipotizzando una pluralità di modelli, B. P. alla base delle Historiae Philippicae individua un’opera storica scritta da un greco conoscitore del mondo iranico, entusiasta di Atene e critico nei confronti della cultura macedone. Tale scritto, iniziato alla corte di Tigrane II di Armenia e terminato, forse, durante il regno dei suoi successori (o addirittura sotto Archelao di Cappadocia), sarebbe frutto di diverse redazioni: pensato per celebrare Tigrane II di Armenia, (divenuto „re dei re“ nell’83 a. C.), esso avrebbe compreso, anche informazioni sui diversi popoli e sulle loro leggende mitologiche, quasi a costituire un manuale di cultura generale da diffondere presso la corte di Tigranocerta. Sarebbe stata La resa di Tigrane (66 a. C.) insieme con gli sconvolgimenti politici successivi alla battaglia di Azio questo ignoto autore a modificare l’impianto originario e introdurre nel racconto sia la descrizione delle campagne di Pompeo in Oriente, sia altri due libri di storia orientale (XLI–XLII), vicende, queste, che continuavano però ad essere lette da una precisa prospettiva armeno-cappadoce (35–37).
NON ANDARE A CAPO, DI SEGUITO Tale opera sarebbe poi stata scoperta e ricopiata dal padre di Pompeo Trogo durante una spedizione in Oriente al seguito di Gaio Cesare: nell’originale teorizzazione di B. P., infatti, Trogo senior, che l’Epitoma colloca al servizio di un „C. Caesar“, non avrebbe militato sotto Giulio Cesare, bensì agli ordini di Gaio, il figlio di Agrippa e Giulia. B. P. mette così in discussione la tradizionale proposta di identificazione del padre dello storico con l’interprete „Cn. Pompeius“ che Quinto Titurio Sabino manda a trattare con Ambiorige, noto da Caes. Gall. 5, 36, 1 in quanto tale incarico non sarebbe compatibile con le delicate mansioni di cancelleria di cui il figlio fa quasi vanto (Iust. 43, 5, 12). Tuttavia, già Roberto Cristofoli (La strategia della mediazione. Biografia politica di Aulo Irzio prima del consolato, Historia 59.4, 2010, 462–488) ha sostenuto come tali curatele avessero natura collegiale: improbabile, infatti, che una sola persona fosse preposta a tutte quelle funzioni Neppure si può escludere che olt la preminenza di Trogo senior all’interno della cancelleria di Cesare sia stata in qualche misura enfatizzata dal figlio. In aggiunta, l’ipotesi che vede Trogo senior, fungere da interprete presso un capo gallo in virtù delle sue origini voconzie, non pare in contrasto con gli alti incarichi di cui si è parlato: il mediatore, infatti, viene mandato a trattare direttamente con Ambiorige, il quale, forse comprendendo l’importanza del suo interlocutore (la sua posizione di vicinanza a Cesare?), accetta il colloquio (cfr. Caes. Gall. 5, 36, 2: ille appellatus respondet: si velit secum conloqui, licere).
Ad ogni modo, per B.P. alla base delle Historiae Philippicae non vi sarebbe solo questa fonte misteriosa portata dal padre al figlio: ad essa B. P. affianca, soprattutto per quanto riguarda Mitridate, una serie di notizie orali che Trogo avrebbe potuto conoscere grazie a quello zio che combatté nelle file di Pompeo durante la campagna mitridatica (sempre noto da Iust. 43, 5, 12) e che B. P. prova a collegare con il Μάρκον Πομπήϊον ἡγεμόνα di cui parla Memnone di Eraclea 30, 2 (= FGrH 434 F44) o con il Pomponio di App. Mithr. 79 e Plut. Luc. 15, 2. Per quanto riguarda, invece, i libri XLIII-XLIV (storia dell’Occidente), essi sarebbero stati ideati in maniera autonoma da un Pompeo Trogo animato dalla volontà di mostrare la propria fedeltà a Roma e, al tempo stesso, celebrare la propria regione natale. B.P. li ritiene basati su resoconti orali misti a tradizioni locali: l’intuizione pare fondata, dal momento che questa sezione conserva un buon numero di dettagli ignoti ad altre fonti, come la particolare genealogia di Latino (Iust. 43, 1, 9), la notizia di una tappa dei Focesi alla foce del Tevere (43, 3, 4), la menzione di un antichissimo foedus tra Roma e Marsiglia (43, 5, 3) o il mito di Gargori e Abidi, antichi sovrani iberici (44, 4).
Questa serie di ipotesi è incalzante ed enunciata con chiarezza: B. P. è un profondo conoscitore della storia pontica, come mostrano i suoi numerosi contributi precedenti, che occupano ben quattro pagine dell’ampia bibliografia (301–304), e che dipanano un percorso di ricerca reso necessariamente non lineare dalla natura sfuggente delle fonti, in modo particolare di quelle frammentarie, come ha bene notato Giusto Traina in un contributo piuttosto recente (G. Traina, Traditions on Armenia in Submerged Greek Literature. Preliminary Considerations, in: G. Colesanti – L. Lulli [eds.], Submerged Literature in Ancient Greek Culture. Volume 2. Case Studies, Berlin – New York 2016, 111–123). In questo senso, la prospettiva armeno-cappadoce che B. P. pone alla base delle Historiae Philippicae, seppur possibile, forse rischia di trascurare il carattere dichiaratamente universale dell’opera di Trogo, che, con un rapporto di complementarietà significativo con gli ab Urbe condita libri di Livio, si proponeva di scrivere anzitutto le vicende della Grecia, e poi quelle del mondo conosciuto, (cfr. praef. 1: Trogus Pompeius, Graecas et totius orbis historias Latino sermone conposuit). Per B. P., invece, Trogo guarderebbe a tutta la storia, anche a quella della Macedonia da una prospettiva iranica, presentando lo stesso Alessandro come un continuatore di Dario III (24), una lettura che, però, lascia sullo sfondo lo spazio e la grande considerazione riservata alla dinastia macedone nel suo complesso, da Filippo (Iust. 9, 8, 11–20) fino ai ai Diadochi (Iust. 13, 1, 10–14). In questo senso, meriterebbe forse maggiore considerazione anche il valore paradigmatico che il testo attribuisce alla storia macedone, il cui riferimento compare già nel titolo e che occupa ben trentun libri su quarantaquattro: dal settimo, che si apre con le origines Macedonicae, fino al XXXVIII, dove trovano conclusione le guerre tra gli Epigoni.
La più netta rottura con la „scholarship“ precedente è però rappresentata dall’ipotesi quella che mette in discussione l’attendibilità delle parole con cui Giustino introduce il discorso di Mitridate: quam orationem dignam duxi cuius exemplum brevitati huius operis insererem; quam obliquam Pompeius Trogus exposuit, quoniam in Livio et in Sallustio reprehendit, quod contiones directas pro sua oratione operi suo inserendo historiae modum excesserint (Iust. 38, 3, 11). Secondo B. P. a questa affermazione si dovrebbe prestare poca fiducia, in quanto si tratterebbe di una finzione letteraria e non di una dichiarazione programmatica tratta dall’originale (52): Pompeo Trogo avrebbe fatto largo uso dell’allocuzione diretta Di conseguenza, di conseguenza l’arringa di Mitridate rappresenterebbe un „collage“ di almeno quattro o cinque diverse orationes rectae (pronunciate da personaggi differenti e in molteplici sezioni dell’opera originale), che Giustino avrebbe unito e trasformato in un unico lungo passaggio in oratio obliqua al fine di imitare l’Epistula Mithridatis di Sallustio e fornire così all’ignoto dedicatario dell’opera un saggio della sua abilità compositiva. Prove di tale trasformazione sarebbero alcune imprecisioni sintattiche già notate da Luigi Castiglioni, a cui B. P. fa esplicito riferimento (53, n. 167). L’ipotesi di B. P., pur convincendo laddove confermi Giustino come retore o in qualche misura connesso all’ambiente della scuola, sembra però trascurare alcuni aspetti: in primo luogo proprio quei vizi di forma su cui si basa una tale tesi erano già stati liquidati dallo stesso Castiglioni, e nel medesimo riferimento citato da B. P., come scorrettezze inevitabili per chi rifiutasse programmaticamente l’oratio recta (L. Castiglioni, Studi intorno alle Storie Filippiche di Giustino, Napoli 1925, 37: „le applicazioni dell’indicativo in proposizioni secondarie del discorso indiretto, già multiformi nella prosa dell’estremo evo augusteo, dovevano, per giunta in un autore che aveva bandito dalle sue consuetudini letterarie il discorso diretto, essere volontariamente o involontariamente molto più frequenti che non in altri scrittori;). Inoltre, se B. P. adduce a ulteriore prova del suo ragionamento anche il fatto che il testo conservi alcuni discorsi diretti, un dato che parrebbe in contraddizione con quanto Giustino dice di Trogo, a questo proposito andrebbe forse rilevato il carattere numericamente isolato di questi casi. Su un totale di quasi settanta allocuzioni, infatti, solo quattro brevi passi compaiono in forma recta, come ha mostrato la minuziosa schedatura di Marie-Pierre Arnaud-Lindet (http://www.forumromanum.org/literature/justin/annexe3.html); inoltre, solo in due casi si può parlare effettivamente di discorso diretto (Iust. 14, 4, 2–14 e 18, 7, 10–14), mentre gli altri due vanno collocati ai margini del genere (Iust. 1, 8, 13 è un’imprecazione, mentre 2, 12, 3–7 è un messaggio). Inoltre, in merito a queste eccezioni, già John Yardley sulla base del parallelo con le fonti greche, ne ha sostenuto la natura di rielaborazione da parte di Giustino, che per vivacizzare il dettato avrebbe reso in forma diretta quanto nell’originale probabilmente leggeva in oratio obliqua.
Ma non è questa l’ultima ipotesi dirompente. Ve ne è ancora una: Indagando le ragioni che avrebbero spinto Giustino a conservare (o meglio: a modificare e ampliare creativamente) proprio il discorso di Mitridate, B. P. procede sì lungo la persuasiva linea critica che ridimensiona l’idea di un Trogo oppositore del regime, ma alla fine giunge, ancora una volta, a conclusioni estremamente innovative. A essere ostile a Roma non sarebbe Trogo, bensì Giustino, che dalle Historiae Philippicae avrebbe selezionato tutti in brani in cui Roma compariva sotto una luce ambigua (68), in ragione di un certo malcontento diffuso nella zona di Olbia Pontica, sua supposta patria.
Questa lunga introduzione e le sfide che pone alla critica non devono mettere in ombra il commento, che senz’altro troverà vasto apprezzamento anche da parte di chi non dovesse condividere del tutto le ipotesi enunciate nella prima parte.
Circa otto pagine di testo latino generano un’analisi imponente e ben organizzata, suddivisa in numerose sezioni tematiche, spesso introdotte da paragrafi che riassumono gli eventi storici e danno conto delle principali questioni trattate di seguito. Le singole voci, chiare e dettagliate, non solo costituiscono un modello di completezza e approfondimento, ma fanno anche emergere la vastità della conoscenza e la profondità della competenza di B. P. in materia di storia pontica. Grazie ad un sapiente uso di fonti antiche e bibliografia moderna, profusamente citata, B.P. si impegna costantemente nella valorizzazione delle notizie fornite dall’Epitoma, un testo che la critica ha spesso trascurato.
Nè alla sola esegesi del dato storico o prosopografico è rivolto il commento; ad esempio, anche gli aspetti geografici trovano voci dense di informazioni, come mostrano quelle relative al Ponto (144–145), alla Cappadocia (149–151) o alla Galazia (165). Vi è poi un’attenzione etimologica, che si esprime soprattutto nel cercare il significato dei nomi dei sovrani, come mostrano, tra gli altri, i lemmi su Laodice (155) e Ariarate (172). Particolarmente ampie e indicative della vastità del lavoro sono le voci relative ai caelestia ostenta che accompagnarono la nascita e il primo anno del regno di Mitridate (123–128), così come quella sul valore simbolico del numero 8 e dei suoi multipli nel mondo iranico (180–183), una considerazione che parrebbe giustificare la frequenza della sua comparsa nella vita di Mitridate (38, 1, 8: peditum LXXXmilia; 38, 1, 10: octo annorum filio, più varie altre ricorrenze in Appiano e in altri autori, elencate a p. 181).
Lodevole è poi l’attenzione per il testo latino, che, probabilmente per ragioni di spazio, compare senza traduzione. Non di rado, infatti, il commento si apre a osservazioni linguistiche: tra le molte, particolarmente convincenti solo le considerazioni su repentina morte (111) e quelle sul valore riepilogativo di nessi di raccordo come ad postremum (119). Approfondite sono anche le riflessioni sull’impiego di termini legati al mondo romano e adattati a realtà orientali come dux (143), gens (162), oppure coequales; B. P. li riconduce a Giustino, anche se resta persuasiva quell’ipotesi di una „romanizzazione“ della fonte da parte di Pompeo Trogo individuata da Otto Seel e da lui definita in termini di applicazione di color Romanus a magistrature, gradi militari e classi sociali di altre culture.
A proposito poi del discorso di Mitridate, nelle varie voci B.P. compie un lavoro particolarmente utile nell’isolare e discutere i topoi di cui si compone (elenco delle disfatte romane, 225; odio di Roma nei confronti dei re, 247; bassa estrazione sociale dei suoi fondatori, 267). B. P. ricostruisce con accuratezza il retroterra storiografico delle accuse che Mitridate rivolge ai Romani, un insieme in cui spicca per ampiezza il commento alla complessa questione degli arbitria cognitionum mediante i quali Farnace I era stato dato dai Romani come succidaneum di Eumene I di Pergamo (251–255). Altrettanto dense sono le voci relative all’ascendenza persiana e macedone di cui Mitridate si fa vanto (275–280); particolarmente persuasiva è poi l’attribuzione di tutti i passi in elogio dei Galli all’iniziativa indipendente del voconzio Trogo (231).
In conclusione, il volume di B. P. riesce nel non facile compito di proporsi nella duplice veste di autorevole strumento di lavoro ed elemento apportatore di rilevanti novità in campo critico. Infatti, se con le varie voci del commento, esemplari per chiarezza e profondità di analisi, B. P. offre al lettore quasi lo studio definitivo su Mitridate, la densa introduzione con la sua nutrita serie di proposte inedite, non mancherà di animare il dibattito scientifico.
© 2018 Walter de Gruyter GmbH, Berlin/Boston
Articles in the same Issue
- Titelseiten
- Zur Chronologie in den Inschriften auf dem Agora-Pfeiler von Xanthos (TL 44), den betroffenen Dynasten und ihren Münzen
- The Macedonian Expeditionary Corps in Asia Minor (336–335 BC)
- Könige, Poleis und Athleten in hellenistischer Zeit
- Prodigies in Republican Rome. The Absence of God
- Una polemica cruciale: Celso e Origene in tema di corporeità
- Literaturkritik
- Kimberly B. Stratton – Dayna S. Kalleres (Hgg.), Daughters of Hecate. Women and Magic in the Ancient World, Oxford – New York (Oxford UP) 2014, XV, 533 S., ISBN 978-0-19-534271-0 (brosch.) £ 27,99
- David Engels – Peter Van Nuffelen (Hgg.): Religion and Competition in Antiquity, Bruxelles (Éditions Latomus) 2014 (Collection Latomus 343) 307 S., ISBN 978-2-87031-290-2 (brosch.) € 51,–
- Inge Nielsen, Housing the Chosen. The Architectural Context of Mystery Groups and Religious Associations in the Ancient World, Turnhout (Brepols) 2014 (Contextualizing the Sacred 2) XVI, 322 S., 136 Abb., 62 Taf., ISBN 978-2-503-54437-3 (brosch.) € 120,–
- Burkhard Emme, Peristyl und Polis. Entwicklung und Funktionen öffentlicher griechischer Hofanlagen, Berlin – Boston (De Gruyter) 2013 (Urban Spaces 1) XVI, 487 S., 55 Abb., 99 Taf., ISBN 978-3-11-028065-4 (geb.) € 139,95
- Beat Näf, Testimonia Alt-Paphos. Darmstadt – Mainz (Philipp von Zabern) 2013 (Ausgrabungen in Alt-Paphos auf Cypern 8) XVIII, 116 S., ISBN 987-3-8053-4579-8 (geb.) € 49,–
- Julien Monerie, D’Alexandre à Zoilos. Dictionnaire prosopographique des porteurs de nom grec dans les sources cunéiformes, Stuttgart (Franz Steiner Verlag) 2014 (Oriens et Occidens 23) 225 S., 18 Abb., 1 Kte., ISBN 978-3-515-10956-7 (brosch.) € 48,–
- Verena Vogel-Ehrensperger, Die übelste aller Frauen? Klytaimestra in Texten von Homer bis Aischylos und Pindar, Basel (Schwabe Verlag) 2012 (Schweizerische Beiträge zur Altertumswissenschaft 38) XXVIII, 462 S., 10 Abb., ISBN 978-3-7965-2846-0 (geb.) € 82,–
- Nicholas L. Wright, Divine Kings and Sacred Spaces: Power und Religion in Hellenistic Syria (301–64 BC), Oxford (BAR) 2012 (BAR International Series 2450) XII, 167 S., 216 Abb., ISBN 978-1-4073-1054-1 (brosch.) £32,–
- Rolf Strootman, Courts and Elites in the Hellenistic Empires. The Near East After the Achaemenids, c. 330 to 30 BCE, Edinburgh (Edinburgh University Press) 2014 (Edinburgh Studies in Ancient Persia) XX, 318 S., 31 Abb., 1 Karte, ISBN-13 978-0-7486-9126-5 (geb.) £ 80,–
- Christophe Feyel – Laetitia Graslin-Thomé (Hgg.), Le projet politique d’Antiochos IV (Journées d’études franco-allemandes, Nancy 17–19 juin 2013), Nancy (Association pour la diffusion de la recherche sur l’Antiquité) 2014 (Études ancienne 56; Études nancéennes d’histoire grecque II) 492 S., 65 Abb., 3 Ktn., ISBN 978-2-913667-40-2 (brosch.) € 26,–
- Marianne Mathys, Architekturstiftungen und Ehrenstatuen. Untersuchungen zur visuellen Repräsentation der Oberschicht im späthellenistischen und kaiserzeitlichen Pergamon, Darmstadt (Philipp von Zabern) 2014 (Pergamenische Forschungen 16) XLVI, 192 S., 23 Abb., 24 Taf., ISBN 978-3-8053-4802-7 (geb.) 89,90 €
- Jérôme France – Jocelyne Nelis-Clément (Hgg.), La statio. Archéologie d’un lieu de pouvoir dans l’empire romain, Bordeaux (Ausonius) 2014 (Scripta Antiqua 66) 389 S., 100 Abb., 5 Ktn., ISBN 978-2-35613-112-6 (brosch.) € 25,–
- Jessica Homan Clark, Triumph in Defeat. Military Loss and the Roman Republic, Oxford – New York (Oxford University Press) 2014, XVIII, 253 S., 4 Ktn., ISBN 978-0-19-933654-8 (geb.) £ 59,–
- Sophie Madeleine, Le théâtre de Pompée à Rome. Restitution de l’architecture et des systèmes mécaniques, Caen (Presses universitaires de Caen) 2014 (Quaestiones) 354 S., 128 Abb., 1 Beilage, ISBN 978-2-84133-508-4 (brosch.) € 30,–
- Luis Ballesteros Pastor, Pompeyo Trogo, Justino y Mitrídates. Comentario al Epítome de las Historias Filípicas (37,1,6–38,8,1), Hildesheim – Zürich – New York (Georg Olms Verlag) 2013 (Spudasmata 154) XV, 368 S., ISBN 978-3-487-15070-3 (brosch.) € 58,–
- Maria Federica Petraccia, Indices e delatores nell’antica Roma. Occultiore indicio proditus; in occultas delatus insidias, Milano (LED Edizioni) 2014 (Quaderni di Erga-Logoi 3) 124 S., ISBN 978-88-7916-701-7 (brosch.) € 18,70
Articles in the same Issue
- Titelseiten
- Zur Chronologie in den Inschriften auf dem Agora-Pfeiler von Xanthos (TL 44), den betroffenen Dynasten und ihren Münzen
- The Macedonian Expeditionary Corps in Asia Minor (336–335 BC)
- Könige, Poleis und Athleten in hellenistischer Zeit
- Prodigies in Republican Rome. The Absence of God
- Una polemica cruciale: Celso e Origene in tema di corporeità
- Literaturkritik
- Kimberly B. Stratton – Dayna S. Kalleres (Hgg.), Daughters of Hecate. Women and Magic in the Ancient World, Oxford – New York (Oxford UP) 2014, XV, 533 S., ISBN 978-0-19-534271-0 (brosch.) £ 27,99
- David Engels – Peter Van Nuffelen (Hgg.): Religion and Competition in Antiquity, Bruxelles (Éditions Latomus) 2014 (Collection Latomus 343) 307 S., ISBN 978-2-87031-290-2 (brosch.) € 51,–
- Inge Nielsen, Housing the Chosen. The Architectural Context of Mystery Groups and Religious Associations in the Ancient World, Turnhout (Brepols) 2014 (Contextualizing the Sacred 2) XVI, 322 S., 136 Abb., 62 Taf., ISBN 978-2-503-54437-3 (brosch.) € 120,–
- Burkhard Emme, Peristyl und Polis. Entwicklung und Funktionen öffentlicher griechischer Hofanlagen, Berlin – Boston (De Gruyter) 2013 (Urban Spaces 1) XVI, 487 S., 55 Abb., 99 Taf., ISBN 978-3-11-028065-4 (geb.) € 139,95
- Beat Näf, Testimonia Alt-Paphos. Darmstadt – Mainz (Philipp von Zabern) 2013 (Ausgrabungen in Alt-Paphos auf Cypern 8) XVIII, 116 S., ISBN 987-3-8053-4579-8 (geb.) € 49,–
- Julien Monerie, D’Alexandre à Zoilos. Dictionnaire prosopographique des porteurs de nom grec dans les sources cunéiformes, Stuttgart (Franz Steiner Verlag) 2014 (Oriens et Occidens 23) 225 S., 18 Abb., 1 Kte., ISBN 978-3-515-10956-7 (brosch.) € 48,–
- Verena Vogel-Ehrensperger, Die übelste aller Frauen? Klytaimestra in Texten von Homer bis Aischylos und Pindar, Basel (Schwabe Verlag) 2012 (Schweizerische Beiträge zur Altertumswissenschaft 38) XXVIII, 462 S., 10 Abb., ISBN 978-3-7965-2846-0 (geb.) € 82,–
- Nicholas L. Wright, Divine Kings and Sacred Spaces: Power und Religion in Hellenistic Syria (301–64 BC), Oxford (BAR) 2012 (BAR International Series 2450) XII, 167 S., 216 Abb., ISBN 978-1-4073-1054-1 (brosch.) £32,–
- Rolf Strootman, Courts and Elites in the Hellenistic Empires. The Near East After the Achaemenids, c. 330 to 30 BCE, Edinburgh (Edinburgh University Press) 2014 (Edinburgh Studies in Ancient Persia) XX, 318 S., 31 Abb., 1 Karte, ISBN-13 978-0-7486-9126-5 (geb.) £ 80,–
- Christophe Feyel – Laetitia Graslin-Thomé (Hgg.), Le projet politique d’Antiochos IV (Journées d’études franco-allemandes, Nancy 17–19 juin 2013), Nancy (Association pour la diffusion de la recherche sur l’Antiquité) 2014 (Études ancienne 56; Études nancéennes d’histoire grecque II) 492 S., 65 Abb., 3 Ktn., ISBN 978-2-913667-40-2 (brosch.) € 26,–
- Marianne Mathys, Architekturstiftungen und Ehrenstatuen. Untersuchungen zur visuellen Repräsentation der Oberschicht im späthellenistischen und kaiserzeitlichen Pergamon, Darmstadt (Philipp von Zabern) 2014 (Pergamenische Forschungen 16) XLVI, 192 S., 23 Abb., 24 Taf., ISBN 978-3-8053-4802-7 (geb.) 89,90 €
- Jérôme France – Jocelyne Nelis-Clément (Hgg.), La statio. Archéologie d’un lieu de pouvoir dans l’empire romain, Bordeaux (Ausonius) 2014 (Scripta Antiqua 66) 389 S., 100 Abb., 5 Ktn., ISBN 978-2-35613-112-6 (brosch.) € 25,–
- Jessica Homan Clark, Triumph in Defeat. Military Loss and the Roman Republic, Oxford – New York (Oxford University Press) 2014, XVIII, 253 S., 4 Ktn., ISBN 978-0-19-933654-8 (geb.) £ 59,–
- Sophie Madeleine, Le théâtre de Pompée à Rome. Restitution de l’architecture et des systèmes mécaniques, Caen (Presses universitaires de Caen) 2014 (Quaestiones) 354 S., 128 Abb., 1 Beilage, ISBN 978-2-84133-508-4 (brosch.) € 30,–
- Luis Ballesteros Pastor, Pompeyo Trogo, Justino y Mitrídates. Comentario al Epítome de las Historias Filípicas (37,1,6–38,8,1), Hildesheim – Zürich – New York (Georg Olms Verlag) 2013 (Spudasmata 154) XV, 368 S., ISBN 978-3-487-15070-3 (brosch.) € 58,–
- Maria Federica Petraccia, Indices e delatores nell’antica Roma. Occultiore indicio proditus; in occultas delatus insidias, Milano (LED Edizioni) 2014 (Quaderni di Erga-Logoi 3) 124 S., ISBN 978-88-7916-701-7 (brosch.) € 18,70