Premessa
«Non è fas far arrivare l’Aqua Marcia fin sul Campidoglio». L’interpretazione in questi termini di un responso dei Libri Sibillini, tramandataci da Frontino (aq. 7.5), scatenò un vivace dibattito nel senato romano tra il 143 e il 140 a.C. e ancora oggi non cessa di suscitare interrogativi e perplessità fra gli studiosi. La vicenda può essere ricostruita solo a grandi linee, integrando il resoconto di Frontino[1], che costituisce la fonte principale sull’argomento, con sparute testimonianze di altri autori. Nondimeno, essa occupa un posto rilevante nel contesto poco documentato degli anni centrali del II secolo a.C., su cui è opportuno tornare. I fatti principali sono i seguenti. Nel 144 a.C. il pretore urbano Quinto Marcio Re ottenne dal senato l’incarico di migliorare l’approvvigionamento idrico della città di Roma, restaurando gli acquedotti esistenti (l’Aqua Appia e l’Anio Vetus) e costruendone uno nuovo (l’Aqua Marcia, che da lui prese il nome). Le ragioni di tale incarico, per il quale furono stanziati 180 milioni di sesterzi, risiedevano in due ordini di problemi causati dalle trasformazioni socio-economiche della città nel II secolo a.C. In primo luogo, il proliferare incontrollato di condotte private, unito alla senescenza delle infrastrutture, riduceva l’efficienza degli acquedotti pubblici. Parallelamente, l’incremento demografico e lo sviluppo urbanistico dell’Urbe richiedevano di ampliare l’approvvigionamento idrico per far fronte alle esigenze di una città in crescita[2]. Secondo un modello abbastanza diffuso nella trattazione antica dei conflitti sorti attorno ai beni pubblici (terra o in questo caso acqua), Frontino pone al primo posto l’iniziativa privata e, subito dopo, l’incrementum urbis come causa di una maggiore pressione sulle risorse. Da questo punto di vita è molto interessante il paragone con l’analoga e coeva competizione per lo sfruttamento dell’ager publicus, che appare collegata all’uso delle acque sia per quanto riguarda la dimensione concettuale sia per le dinamiche politiche a essa sottese, aspetto su cui tornerò in seguito. Il progetto di Marcio Re avrebbe dunque avuto il duplice intento di restituire al popolo l’uso dell’acqua e di aumentare l’approvvigionamento idrico di Roma. Il pretore incontrò difficoltà e resistenze tali da rallentare l’avvio dei lavori, al punto che si dovette prorogare il suo imperium per permettergli di completare l’incarico[3]. Di queste difficoltà nelle fonti è rimasta una traccia soltanto in riferimento alla questione dei Libri Sibillini, sopra evocata. Secondo Frontino, infatti, in senato vi furono almeno due tentativi di fermare, o di ridimensionare, il progetto sulla base di uno scrupolo religioso. Nel 143 a.C., in occasione della consultazione dei Libri Sibillini indetta per far fronte all’emergenza causata dalla disfatta subita dal console Appio Claudio Pulcro contro i Salassi[4], i decemviri riferirono di aver contestualmente trovato la suddetta proibizione di estendere l’acquedotto fino al Campidoglio. La questione fu sollevata una seconda volta tre anni più tardi, ma in entrambi i casi il consenso (gratia) di cui godeva Marcio Re prevalse sugli oppositori e l’Aqua Marcia fu realizzata[5]. Peraltro, secoli dopo questi eventi sopravviveva ancora una dedica a Marcio Re nel punto di arrivo dell’acquedotto presso il tempio di Giove Capitolino: un monumento che assume un significato politico molto rilevante se considerato alla luce di questo particolare episodio[6].
In questa sede intendo riconsiderare alcuni aspetti controversi del dibattito sulla realizzazione dell’Aqua Marcia, alla luce del contesto politico-economico e giuridico degli anni centrali del II secolo a.C. Particolare attenzione sarà prestata, inoltre, alle ragioni che avrebbero motivato l’opposizione all’opera. Tali ragioni non paiono dettate esclusivamente da interessi personali o da ostilità nei confronti di Marcio Re, che pure vi furono e svolsero un ruolo molto rilevante, ma potrebbero essere dipese anche da una sensibilità politica sull’uso dell’acqua diversa da quella di Marcio Re, oppure da un programma alternativo a quello vincitore. È bene ricordare, infatti, che il tentativo dei decemviri sacris faciundis di ostacolare l’opera non sembra mirasse a bloccarla del tutto, ma solo a escludere il Campidoglio dal progetto. Un’ipotesi di lavoro su cui verte il presente contributo riguarda la possibilità che lo scrupolo religioso estrapolato dai Libri Sibillini dipendesse, almeno in parte, da una prassi religiosa sacrale e giuridica, in via di ridefinizione nel II secolo a.C., che limitava lo sviluppo economico in alcune aree sacre site negli spazi collettivi della comunità politica. Una dimensione giuridico-sacrale per certi versi simile a quella che regolava le leges luci medio-repubblicane, le quali tutelavano la sacralità di alcuni spazi pubblici regolamentando le attività che vi si potevano svolgere.
Perché un pretore?
Uno dei primi problemi che emergono in riferimento all’Aqua Marcia è il ruolo politico del suo promotore. A diversi studiosi è parsa strana la scelta del senato di affidare un programma edilizio di tale portata a un pretore[7], quando di norma la pianificazione delle opere pubbliche (ultro tributa) spettava ai censori e, in subordine, ai consoli, i quali avevano tradizionalmente un ruolo di primissimo piano nella programmazione delle attività economiche su larga scala. In età medio-repubblicana, infatti, la politica economica della res publica era gestita dai magistrati più alti in carica, i quali interagivano in vario modo con il senato: tali magistrati erano normalmente i censori oppure i consoli nell’intervallo tra due censure[8]. Con politica economica mi riferisco in questo contesto ad attività che implicavano una pianificazione sul medio-lungo periodo delle entrate e delle uscite dell’erario, quali gli appalti per la riscossione delle tasse, il riassetto dell’ager publicus o i programmi edilizi di ampio respiro. Attività in apparenza minori, come lavori di manutenzione, costruzione o restauro di singoli edifici, affitti di terreni pubblici, potevano invece essere svolte da magistrati inferiori, tipicamente edili o questori. Queste ultime rientravano nella gestione ordinaria, se così si può dire, mentre gli ultro tributa maggiori, i quali richiedevano ampia capacità di spesa – cioè una programmazione su lungo termine – e avevano un impatto politico notevole, ricadevano sotto l’iniziativa di magistrati con un potere maggiore (potestas censoria o imperium consolare). È una distinzione labile, che rispondeva più che altro alle circostanze storiche in cui si verificavano le singole situazioni: avviare un importante programma edilizio, come la costruzione dell’Aqua Appia o la riqualifica dell’emporium lungo il Tevere, per citare alcune innovative opere censorie, richiedeva una buona capacità di persuasione in senato; per com’era configurato il cursus honorum nel II secolo a.C., un consularis aveva più chances in tal senso[9]. In alternativa, importanti programmi economici potevano essere avviati per legge popolare, dietro iniziativa dei tribuni della plebe, anche prima dei Gracchi.
In assenza di spiegazioni precise nelle fonti, l’intervento del pretore urbano in una materia propria di censori e consoli viene spiegata con congetture che pongono l’accento su uno o più aspetti del contesto storico particolare in cui avvenne. La prima, più immediata, ipotizza che la scelta ricadde su Marcio perché i consoli del 144 a.C. erano forse già impegnati in dossier complessi. Al riguardo, Valerio Massimo racconta che Servio Sulpicio Galba e Lucio Aurelio Cotta si contesero il comando della guerra contro Viriato in Lusitania, senza che nessuno dei due riuscisse a prevalere in senato e che alla fine, su istanza di Scipione Emiliano, nessuno dei due ottenne quella provincia[10]. S’ignora quale destinazione ebbero infine costoro, tuttavia le aspre divisioni in senato (magna inter patres conscriptos dissensio, nelle parole di Valerio) possono aver sconsigliato di affidare l’acquedotto a uno di loro. Analogamente, si preferì non attendere la censura prevista per il 142 a.C., forse in considerazione dell’urgenza dei lavori o comunque perché, in generale, non era necessario attendere un anno censorio per avviare grandi opere pubbliche. Dalle scarse testimonianze disponibili, si ha la sensazione che negli anni centrali del II secolo a.C. la richiesta di magistrati cum imperio atti ad affrontare scenari politici complessi fosse aumentata, stante anche la nascita del sistema provinciale, e si dovette quindi ricorrere a soluzioni diverse per far fronte alle incombenze simultanee. Tra queste soluzioni si annoverava la proroga «attiva» del comando, un istituto ampiamente sperimentato durante la seconda guerra punica ma ridimensionato nei decenni successivi (salvo tornare in auge in momenti di necessità)[11], e appunto l’affidamento ad altri magistrati di compiti tipici dei consoli. Tra questi altri magistrati, il pretore urbano appariva senza dubbio il candidato più adatto, stante la natura identica dell’imperium; anzi una lunga tradizione medio-repubblicana (anch’essa sottoutilizzata nel II secolo a.C.) lo vedeva agire quasi come un terzo console quando il contesto lo richiedeva[12].
Altra ipotesi interessante è quella che vede nel pretore urbano il candidato ideale a gestire un appalto potenzialmente controverso come questo, in virtù delle sue competenze giuridiche[13]. In altri termini, il pretore urbano poteva intervenire sull’editto pretorio per prevenire eventuali dispute legate alla costruzione dell’acquedotto, soprattutto quando questo richiedeva l’acquisto forzoso di proprietà private, oppure nel regolare eventuali clausole innovative nella stipula dei contratti con i pubblicani. Nella disciplina degli ultro tributa esisteva un interessante precedente che risaliva alla guerra annibalica: nel 215 a.C., in uno scenario molto complesso, il pretore urbano Quinto Fulvio Flacco fu incaricato di appaltare le forniture per le legioni di stanza nella penisola iberica e negoziò con i pochi pubblicani che risposero al bando clausole innovative per la res publica e foriere di strascichi futuri[14]. Certamente questa situazione non può essere paragonata alla costruzione dell’Aqua Marcia, anche perché forse non rientrava nella politica economica generale sopra teorizzata, ma l’eccezionalità della misura e del contesto spiegano abbastanza bene il ruolo attivo del pretore. I contorni giuridici dell’appalto del 144 a.C. sono invece ignoti, pertanto il ruolo normativo del pretore in quella sede è solo una suggestiva congettura.
Anche nella gestione dell’ager publicus ci sono interessanti paragoni con il ruolo tenuto dai magistrati, come ha efficacemente rilevato a suo tempo M. Gwyn Morgan[15]. A mio avviso, la vicinanza è innanzitutto funzionale: acqua e terra sono strettamente correlate – la prima è indispensabile per il funzionamento delle attività sulla seconda – e pertanto la loro gestione risponde a finalità simili[16]. Quando si tratta di beni pubblici vediamo l’emergere delle stesse problematiche. Proprio nel secondo secolo, infatti, sappiamo che l’accaparramento dell’ager publicus da parte dei grandi possidenti, ampiamente illustrato da Appiano (BC 1.7.26 – 31), aveva ingenerato una competizione per le risorse a detrimento sia della piccola proprietà sia degli interessi pubblici. L’apparente politica di laissez faire del senato fu all’origine di rivendicazioni plebee sulle terre pubbliche, sfociate poi nelle istanze graccane[17]. Inoltre, una generazione prima di Marcio, si svolsero due specifiche ricognizioni agrarie nell’ager Campanus, entrambe motivate dalla necessità di rivendicare la titolarità delle terre pubbliche: una prima, nel 173 a.C., era affidata al console Lucio Postumio Albino e mirava a ripristinare i confini delle parcelle pubbliche obliterati dai privati; la seconda, nel 165 a.C., era svolta dal pretore Publio Cornelio Lentulo e intendeva, tra l’altro, acquistare terreni privati confinanti a quelli pubblici e redigere una forma agri: compiti che, data la natura delicata della materia, richiedevano le competenze giuridiche di un pretore esperto, con l’appoggio del senato. Analogamente, Frontino mette al primo posto del programma di Marcio l’esigenza di ripristinare le condotte pubbliche stornate dai privati e, subito dopo, l’aumentata competizione sulle risorse data dalla pressione demografica[18]. Il modello concettuale sembra lo stesso, e prevede la compresenza dei seguenti fattori: una risorsa pubblica insufficiente, la competizione tra privati, la necessità di trovare una soluzione soddisfacente che medi tra le diverse esigenze, un contesto politico delicato, il ruolo di un pretore come figura più adatta a gestire il consenso attorno a un’operazione complessa[19].
A mio avviso, la spiegazione più plausibile per motivare l’anomalia – solo apparente – di un intervento del pretore urbano nella costruzione dell’Aqua Marcia consiste nell’ipotizzare che fu proprio Marcio a chiedere l’incarico e a farsi promotore di un’iniziativa attorno alla quale riuscì a costruire il maggior consenso possibile. Consenso in grado di superare perfino l’ostacolo del responso decemvirale. Talvolta le considerazioni sui poteri di Marcio si soffermano sull’interpretazione letterale del testo frontiniano, nel punto in cui dice che «il senato incaricò della missione Marcio, che a quel tempo era pretore urbano» (aq. 7.1: datum est a senatu negotium Marc<i>o, qui tum praetor inter cives ius dicebat)[20]. È senz’altro vero che formalmente fu il senato a conferire l’incarico, ma una fonte di questo tipo non specifica da chi partì l’iniziativa. Se è abbastanza evidente che la politica economica era normalmente competenza del senato, come si evince da un autorevole passo di Polibio[21], è altrettanto vero che i contorni delle iniziative in tal senso sono molto sfumati e rientrano nella complessa dialettica tra magistrati e senato. Censori, consoli e pretori possono avere sufficiente autorevolezza per orientare il dibattito senatorio e ottenere consenso su programmi di cui sono promotori. In qualche caso le fonti letterarie sottolineano il carattere personale di alcune iniziative dei consoli e criticano l’eccesso di ambizione che le avrebbe ispirate. Tra i numerosi esempi che si possono citare, è interessante il giudizio di Cassio Dione sulla campagna di Appio Claudio contro i Salassi – che peraltro fu all’origine di una successiva locatio censoria di miniere aurifere, della quale si ignora la paternità[22] – in considerazione del fil rouge dei Libri Sibillini che sembra legarla all’Aqua Marcia: la «guerra personale» di Claudio, con il contestatissimo trionfo finale, è presentata dallo storico greco come un atto di hybris[23]. Questa tradizione può forse celare un dissenso a posteriori intorno a un’operazione che pure godeva dell’appoggio del senato, il quale infatti applicò il responso sibillino a favore di Claudio. Al contrario, le fonti presentano l’iniziativa di Marcio come quella che godeva del maggior consenso senatorio, nonostante alcuni tentativi di opposizione.
La storiografia moderna ha cercato di ricostruire le ragioni del consenso goduto da Marcio e di individuare i suoi possibili alleati nell’aristocrazia senatoria, pur con tutti i limiti che lo stato frammentario delle fonti pone al metodo prosopografico. Un candidato interessante è costituito dal già citato console del 143 a.C., Appio Claudio Pulcro, sul quale Alex Nice si è soffermato in un recente lavoro[24]. Entrambi i personaggi, infatti, erano esponenti di famiglie senatorie molto in vista nel II secolo a.C. e sentivano il bisogno di affermarsi politicamente portando avanti la tradizione familiare. Entrambi si misero a capo di operazioni politiche contestate e forse tentarono di venire incontro a istanze «popolari» toccando alcuni interessi consolidati dell’aristocrazia senatoria: un approvvigionamento idrico più efficiente (e democratico?) Marcio, una riforma agraria Claudio[25]. Inoltre, l’incarico di Marcio includeva anche il restauro dell’Aqua Appia, che faceva parte del capitale simbolico della gens Claudia, ed è quindi possibile, ma non scontato, che gli interessi dei due personaggi convergessero su questo punto. Tuttavia, Claudio viene accostato a Marcio soprattutto per la vicenda dei Libri Sibillini. Come già ipotizzato da Filippo Coarelli[26], vi sono alcuni labili collegamenti tra la prescrizione sibillina che imponeva un rito speciale nella guerra contro i Salassi e quella che avrebbe vietato di completare l’Aqua Marcia: innanzitutto l’acqua era stata all’origine della controversia con i Salassi, poiché questi ultimi la sottraevano ai popoli confinanti per svolgere attività economiche impattanti (estrazione mineraria) a danno degli usi agricoli dei vicini[27]; i Salassi erano inoltre percepiti come Galli e, tradizionalmente, Galli erano anche gli antichi assedianti del Campidoglio ai tempi di Brenno; infine l’intervento diretto dei decemviri, due dei quali furono mandati in Cisalpina per compiere il sacrificio richiesto. Tuttavia questi collegamenti sono congetturali e servono tuttalpiù a spiegare il pretesto che potrebbe aver indotto i decemviri a trovare un ipotetico riferimento all’Aqua Marcia nel carmen sibillino consultato in quell’occasione, che non sappiamo come fosse strutturato[28]. Non vi sono prove effettive di un’alleanza politica di Marcio e Claudio su queste basi.
Ancora più complessa è, se vogliamo, la prosopografia dei decemviri in questa vicenda. Il passo di Frontino (unica fonte) presenta alcuni problemi testuali al momento irrisolvibili, che frustrano ogni possibilità di posizionare con certezza le pedine sullo scacchiere politico. Non è affatto chiaro, infatti, chi sollevò la questione nel 143 a.C.: a seconda di come si ricostruisce il testo, il Marco Lepido che parlò in senato può essere stato il portavoce dei decemviri (pro collegio verba faciente) oppure il pretore che difese le ragioni di Marcio (pro collega verba faciente)[29]. Di riflesso l’identificazione del Lucio Lentulo che riaffrontò la questione nel 140 a.C. è ambigua, anche se in misura minore. Quello che è certo è che la gratia di Marcio, che qui interpreto come consenso attorno al suo programma, prevalse in entrambi i casi, con o senza l’aiuto di questi personaggi – e forse anche senza la presenza diretta di Appio Claudio, giacché non sappiamo quando rientrò a Roma per celebrare il suo trionfo[30].
Nefas in Capitolium perduci
Nella vicenda dell’Aqua Marcia, secondo Frontino, i Libri Sibillini entrano in gioco in modo inaspettato:
In quel momento i decemviri, mentre consultavano i Libri Sibillini per altre ragioni, riferirono di avervi riscontrato che non era lecito far arrivare l’acquedotto Marcio [lac.?] oppure l’Anio – come si tramanda più di frequente – fin sul Campidoglio[31].
Innanzitutto, la tradizione antica mostra un’incertezza sull’oggetto del contendere: ai tempi di Frontino non era chiaro se l’antico divieto riguardasse l’Aqua Marcia o l’Anio Vetus o, più in generale, l’acqua prelevata dal bacino dell’Aniene, da cui entrambi gli acquedotti pescavano. È comunque un problema relativamente minore, giacché i lavori sulle due opere rientravano nel programma di Marcio Re: è chiaramente il suo progetto, nella fase in cui si trovava nel 143 a.C., a essere colpito. Durante la propretura di Marcio il tracciato del nuovo acquedotto forse non era ancora definito nella sua interezza, ma si sapeva che in un modo o nell’altro avrebbe coinvolto il Campidoglio. Per come lo conosciamo, l’Anio Vetus serviva perlopiù l’Esquilino: non è chiaro se inizialmente Marcio intendesse aprire una diramazione verso il Campidoglio oppure approvvigionarlo con un nuovo acquedotto, opzione che poi scelse. In alternativa, la confusione può derivare da un errore della tradizione letteraria, stante l’apparente affinità tra i due acquedotti.
I numerosi problemi che questo episodio pone alla critica moderna dipendono soprattutto dalla perdita della tradizione annalistica. Le nostre conoscenze pratiche sul ruolo dei Libri Sibillini nella politica romana derivano in larga misura dall’analisi di episodi liviani in cui è citata la loro consultazione da parte delle autorità[32]. Siamo quindi in grado di sviluppare un modello per definire le caratteristiche di questi episodi. Nell’età medio-repubblicana (III-II secolo a.C.) i Libri Sibillini venivano consultati nei seguenti casi: 1) quando si verificava un prodigio particolare, che il senato riteneva fosse di competenza dei decemviri sacris faciundis. 2) Quando una circostanza eccezionale richiedeva il ricorso a questa misura straordinaria per la salvezza della res publica: casi tipici erano una calamità particolarmente grave, o semplicemente inconsueta, una minaccia militare seria. 3) Quando, anche in risposta a prodigi, si voleva introdurre nella religione pubblica un’innovazione di stampo greco, come un culto o un rito non praticato in precedenza. La procedura di consultazione era abbastanza complessa e richiedeva diversi passaggi che assicuravano la legittimità politica della decisione da prendere[33]. Innanzitutto, di fronte a circostanze ritenute eccezionali, il senato decideva che era opportuno interrogare gli oracoli sibillini e formulava il quesito. Nel caso dell’Aqua Marcia, è bene ribadirlo, i Libri erano stati consultati aliis ex causis, quindi almeno in teoria i decemviri non avevano ricevuto il mandato esplicito di trattare la questione: eppure la riferirono. Non sappiamo se nel dibattito che ne scaturì questo vizio procedurale ebbe un peso, non ci sono elementi per stabilirlo. Normalmente i decemviri consultavano i Libri e collegialmente formulavano il responso adatto alla situazione, che poi uno di loro riferiva in senato. Questo dovrebbe essere avvenuto anche nel nostro caso, nonostante i problemi di ricostruzione del testo frontiniano, nel punto in cui dovrebbe leggersi pro collegio. Infine, il senato discuteva la soluzione da adottare e incaricava un magistrato e/o un sacerdote di eseguirla. Quindi l’interpretazione del testo sibillino avveniva all’interno del collegio decemvirale che formulava il responso e la discussione sulla sua applicabilità e le conseguenti decisioni da prendere si svolgeva in senato, il quale non era evidentemente tenuto ad accettare acriticamente l’oracolo. Il processo nel suo insieme prevedeva l’interazione fra sacerdoti, senato e magistrati. Ignoriamo quali argomenti addusse Marcio a difesa del suo progetto – anche se forse un indizio c’è, come vedremo più avanti – ma sappiamo che ebbe la meglio[34].
In sostanza, la vicenda del 143 – 140 a.C. presenta alcune novità rispetto al modello liviano, ma non è affatto chiaro se tali novità siano dovute al condizionamento imposto dal modello stesso, e all’impossibilità di verificarlo in questa circostanza, oppure siano effettive innovazioni legate ai cambiamenti avvenuti nel contesto storico (ipotesi che mi sembra preferibile)[35]. In un recente lavoro, Federico Santangelo analizza con molta accuratezza l’alternarsi di innovazione e conservazione nella prassi religiosa del II secolo a.C.[36] Effettivamente, nel caso dell’Aqua Marcia i Libri Sibillini sembrano essere stati utilizzati secondo una prospettiva conservatrice, mentre in altre occasioni avevano rappresentato l’innovazione[37]. Ma l’interpretazione dei Libri Sibillini non era univoca e la sua applicazione era comunque soggetta al controllo del senato. In generale, gli anni centrali del II secolo a.C. mostrano alcune tendenze innovatrici in ambito religioso, in particolare sulle prerogative dei sacerdoti e sui loro meccanismi di selezione: per fare un solo esempio, si pensi alla proposta del tribuno Gaio Licinio Crasso, nel 145 a.C., di introdurre l’elezione popolare per i sacerdoti dei collegi maggiori, in luogo della tradizionale cooptazione[38]. Analogamente il sistema politico per così dire «civile» – ma in riferimento alla Roma repubblicana è sbagliato distinguere in modo netto i due ambiti – mostra fermenti vivaci: nel 149 a.C. sono istituite le prime quaestiones de repetundis, destinate a occupare uno spazio considerevole nel dibattito politico dei decenni a venire; nel 139 a.C. è introdotto il voto segreto nell’elezione dei magistrati (la prima di una serie di riforme procedurali adottate negli anni trenta del secolo)[39]. Di concerto, l’oratoria politica evolve e si adatta alle nuove esigenze. Per esempio, allo stesso Licinio del 145 a.C. è attribuito il cambio di posizione dell’oratore nel foro: una modifica piccola ma politicamente molto significativa, che una diversa tradizione attribuisce invece a Gaio Gracco, forse anche in considerazione del suo approccio innovativo all’oratoria politica[40].
Tutte queste innovazioni sono state accostate in qualche misura alla vicenda dell’Aqua Marcia, per cercare di ricostruire – faute de mieux – il contesto storico e il clima politico in cui prese piede il progetto dell’acquedotto. La sintesi più efficace e allo stesso tempo elegante è probabilmente quella offerta da Morgan. Per spiegare l’opposizione all’opera, in alternativa alla teoria prosopografica tradizionale che ruota intorno alle rivalità politiche nella nobilitas, egli propone di motivare l’ostilità dei decemviri con il timore che l’ampliamento dell’approvvigionamento idrico avrebbe incentivato l’occupazione abitativa di un colle strategico per la politica romana, in considerazione della sua prospicienza sui luoghi dove si riunivano le assemblee deliberative[41]. Secondo questa ricostruzione, il programma «filo-popolare» di Marcio avrebbe modificato i rapporti di forza nella classe politica, in un momento in cui il ruolo del popolo stava evolvendo verso una direzione più «democratica» e maggiormente partecipativa[42]. L’ipotesi è senz’altro affascinante e ha l’indubbio merito di focalizzare l’attenzione sul Campidoglio, che costituiva l’oggetto specifico del contendere, mentre se vi furono altre obiezioni al tracciato dell’Aqua Marcia, sono andate perdute nel naufragio della tradizione liviana. Inoltre Morgan, per rafforzare la sua ipotesi, si sofferma anche sulle possibili cause dell’incrementum urbis che avrebbe motivato la costruzione dell’acquedotto. Invece di ricercarle in una generale crescita demografica della città (ipotesi che invece mi pare preferibile per molti versi), egli le individua soprattutto nel massiccio ritorno di soldati dalle guerre degli anni precedenti e stabilisce quindi un collegamento con la tentata riforma agraria di Lelio; molti veterani in città richiedevano un programma di distribuzione agraria per alleggerire la pressione demografica, un approvvigionamento idrico migliore per chi decideva di stabilirsi a Roma e, visto il peso politico che questi ex soldati potevano avere, una ridefinizione delle prassi assembleari capace di avvantaggiare gli esponenti più intraprendenti dell’aristocrazia senatoria: tout se tient. Tuttavia, un programma edilizio così importante sul lungo termine non può dipendere soltanto da cause estemporanee: i fattori di crescita della popolazione urbana nel II secolo a.C. sono molteplici e includono anche migrazioni, urbanizzazione, sviluppo dei commerci, incremento della natalità. Tutti elementi che, a prescindere della vexata quaestio sul trend della popolazione italica, paiono caratterizzare l’espansione della città di Roma nel II secolo a.C.
Le teorie sopra esposte risolvono molti aspetti problematici della vicenda dell’Aqua Marcia e spesso pongono le basi per domande ulteriori. Tuttavia non chiariscono un punto specifico, su cui intendo soffermarmi in questa sede. Come mai era nefas portare sul Campidoglio l’acqua prelevata dall’Aniene? In altri termini, cosa avrebbe suggerito ai decemviri di interpretare un oracolo greco usando il concetto di fas legato all’uso delle acque? Ipotizzare che fosse un mero pretesto, dietro cui si nascondevano ragioni squisitamente politiche, non risolve la questione di quali basi teoriche avesse questo scrupolo religioso. Come si è detto, la critica moderna spesso propone motivazioni «prosaiche» alla radice del pretesto: l’ipotesi più semplice fa leva sul concetto di inimicitia, interpretando quindi il gesto dei decemviri nel solco della competizione aristocratica[43]; più complessa e affascinante è la spiegazione proposta da Morgan per illustrare l’opposizione al progetto nel merito, senza peraltro negare l’esistenza di una qualche valida ragione di tipo religioso[44]. È senz’altro possibile, anzi assai probabile, che gli avversari di Marcio si siano serviti dei Libri Sibillini in maniera distorta, piegandoli ai loro interessi, sebbene questa lettura presupponga la complicità dell’intero collegio decemvirale, o almeno della maggioranza dei suoi componenti, nella manipolazione. Tuttavia vorrei vagliare una diversa possibilità, che non sostituisce ma integra le motivazioni politiche normalmente proposte.
Il concetto di fas rimanda alla sacralità di alcuni luoghi, nei quali vigevano regole speciali che limitavano il normale sfruttamento[45]. Era una forma rudimentale di «tutela ambientale» incentrata sul sacro. Lo stesso principio valeva anche per alcuni tipi di acque, in particolare quelle sorgive, che erano ritenute più sacre e pure di altre, poiché avevano un rapporto stretto con le divinità. Non a caso Frontino introduce il suo excursus sugli acquedotti repubblicani ricordando la valenza sacrale di alcune sorgenti venerate anche in età imperiale. Egli spiega, infatti, che prima dell’Aqua Appia (IV sec. a.C.) i Romani si approvvigionavano dai pozzi, dal Tevere o dalle sorgenti e che queste ultime erano importanti per il culto e per curare le malattie: i due concetti di sacralità e salubrità sono abbinati e si giustificano a vicenda[46]. In qualche misura, la purezza dell’acqua sacra era una garanzia di salubrità e di igiene: senza le conoscenze chimiche e microbiologiche moderne, le regole stringenti a tutela della sacralità delle acque sorgive fornivano una protezione empirica dall’inquinamento[47]. È molto significativo, infatti, il confronto proposto da Frontino, nel suo preambolo, tra il valore sacrale delle sorgenti e l’uso civile degli acquedotti. Anche le sorgenti degli acquedotti potevano essere sacre e tutelate religiosamente – è proprio il caso della fonte dell’Aqua Marcia, profanata dalla nuotata di Nerone[48] – ma il trasporto artificiale su lunga distanza implicava una trasformazione da parte dell’uomo e moltiplicava i rischi di inquinamento[49]. Per ipotesi, si può immaginare che i decemviri temessero che col progetto di Marcio il colle più sacro di Roma finisse per ricevere un’acqua impura sotto tutti i punti di vista. La sorgente dell’Aqua Marcia si trovava nell’alta Valle dell’Aniene e per arrivare a Roma l’acquedotto attraversava il territorio dei Marsi[50], con i quali i Romani avevano rapporti altalenanti, pertanto il suo lungo percorso si poteva prestare a sabotaggi[51]; un discorso simile vale anche per l’Anio Vetus, una cui diramazione serviva la città di Tibur (Tivoli) prima di giungere a Roma[52], bagnando quindi l’Urbe in seconda istanza, per così dire. Sono tutti elementi che potrebbero, il condizionale è d’obbligo, aver suscitato timori religiosi: i rischi di profanazione aumentavano fornendo al Campidoglio un’acqua non controllata in modo soddisfacente dal punto di vista religioso (e sanitario).
Nella descrizione che dà Frontino della sorgente dell’Aqua Marcia non ci sono elementi che inducano a ritenere che nella percezione antica essa fosse considerata impura o nefas, anzi semmai il contrario. La fonte è descritta come immobile e cristallina[53]; altri autori sottolineano la sua purezza: l’acqua fornita dall’acquedotto Marcio è «la più fresca e salubre del mondo» (clarissima aquarum omnium in toto urbe frigoris salubritatisque palma) secondo Plinio, «la più bella e copiosa» (πλεῖστον ὔδωρ καὶ κάλλιστον) per Plutarco[54]. La particolare insistenza sulla purezza dell’Aqua Marcia è molto interessante, perché forse allude non solo alla qualità effettiva di questa acqua e all’importanza del suo acquedotto, ma potrebbe anche conservare tracce del dibattito originale attorno alla costruzione dell’opera, dibattito che fonti aneddotiche di età imperiale non sono più interessate a ricordare in dettaglio. Se in effetti i decemviri fossero stati preoccupati per il tipo di acqua che avrebbe bagnato il Campidoglio, si comprenderebbero bene le rassicurazioni di Marcio sulla buona qualità della «sua» acqua. Il successo dell’operazione può aver lasciato echi nella letteratura successiva, al punto da far diventare quasi leggendaria la purezza dell’acqua di Marcio. È possibile che, in fase di progettazione di un così ampio programma edilizio che mescolava interessi pubblici e privati, fossero sorte preoccupazioni relative alla qualità della nuova acqua che avrebbe raggiunto il Campidoglio: fas è una qualità religiosa che, in questo caso, potrebbe avere anche ragioni di tipo igienico-sanitario[55].
Il modello della «lex luci»
Tra le norme sacre che in età repubblicana regolavano le attività antropiche in rapporto con l’ambiente, oltre alla già citata tutela delle sorgenti, occupano un posto di rilievo le leges luci. Queste ultime hanno caratteristiche molto interessanti, che è utile richiamare brevemente poiché sono in qualche misura accostabili al nostro discorso. Il concetto di lucus è oggetto di ampio dibattito tra gli studiosi, a partire dall’interpretazione della celebre definizione di Servio che lo identifica come un insieme di alberi in cui si manifesta il divino (arborum multitudo cum religione)[56]. Senza scendere nel dettaglio di questo dibattito, si possono riassumere alcune caratteristiche tipiche del lucus che giustificano l’esistenza di una regolamentazione di ambito giuridico-sacrale. Un lucus può essere abbastanza esteso, o al contrario molto piccolo, e può trovarsi sia all’interno di un’area urbana sia in un territorio rurale circondato da attività antropiche, in prossimità di grandi vie di comunicazione. Gli elementi naturali che lo contraddistinguono possono includere: colline, abbondanza d’acqua, fiumi e ovviamente alberi. Non si tratta quindi di un’area selvaggia in cui la presenza umana è interdetta, ma di uno spazio naturale, anche di ridotte dimensioni, in cui le attività antropiche sono rigidamente regolamentate al fine di evitare che la sacralità del luogo sia profanata. Da questo punto di vista, credo che il concetto moderno che – pur con tutte le dovute cautele – meglio interpreti il senso del lucus sia la nozione polisemantica di «parco» (cittadino o naturale). Un’area non estranea all’uomo, ma protetta dal normale sviluppo del tessuto urbano e funzionalmente integrata con il territorio.
Le testimonianze più interessanti dell’insieme di regole che tutelavano i luci nell’Italia antica provengono da alcune leggi epigrafiche databili all’età medio-repubblicana (tra il IV e il II secolo a.C.): la lex Lucerina, la Tabula Veliterna e lex Spoletina, come sono convenzionalmente chiamate[57]. Queste norme hanno molti elementi in comune, evidenziati in modo efficace da Silvio Panciera[58], che possiamo ricapitolare in breve: l’esistenza di un divieto di profanare i luoghi svolgendo attività agricole o cerimonie funebri; l’obbligo di espiare l’eventuale profanazione con un sacrificio (piaculum) a spese del reo; l’irrogazione di una sanzione pecuniaria aggiuntiva; l’indicazione delle autorità politiche preposte all’applicazione della legge; la possibilità per la comunità cittadina di autorizzare alcune specifiche attività nel lucus, a scopo religioso o di manutenzione dell’area sacra (per esempio la pulizia del sottobosco). Anche il responso decemvirale del 143 – 140 a.C. non vietava in assoluto l’uso dell’acqua dell’Aniene per l’approvvigionamento urbano, ma stabiliva un importante limite al percorso del nuovo acquedotto, allo scopo di tutelare uno spazio sacro: la prescrizione non era rivolta contro quello specifico tipo di acqua, bensì contro il suo impiego in una determinata area; analogamente le leges luci non proibivano le attività agricole, ma le allontanavano dai boschi sacri.
Vale la pena notare che le pratiche vietate nei suddetti luci sono espressioni tipiche dell’attività umana di trasformazione del territorio e si comprendono bene considerando che dette aree sacre non si trovavano in zone remote o impervie, ma all’interno dell’abitato o dell’agro coltivato. Queste attività sono tutte caratterizzate dall’avere un impatto notevole sull’ambiente, poiché mettono a repentaglio l’equilibrio naturale del luogo che la presenza del sacro esprime: gettare rifiuti, seppellire cadaveri o accendere roghi funebri, tagliare il legname in modo indiscriminato possono avere delle conseguenze serie tanto dal punto di vista igienico-sanitario quanto ambientale. Alcune di queste attività, soprattutto la costruzione di tombe, confliggerebbero anche con la proprietà collettiva del luogo, che non può essere usurpata dai privati[59]. Per contro, le limitate attività permesse hanno invece un impatto minore e servono al mantenimento dell’area sacra: pratiche come la raccolta del fogliame caduto e il prelievo selettivo di legname per il sacrificio annuale hanno questa precisa funzione. Ci troviamo di fronte alla stessa forma mentis che regola la sacralità delle acque, laddove l’atto profanante dal punto di vista religioso ha anche implicazioni sanitarie e ambientali. Con questo non sto affermando che sul Campidoglio vi fosse un lucus che i decemviri volevano proteggere, ma ipotizzo che costoro, nel formulare il responso sul nefas, attingessero a un modello giuridico-sacrale di tutela degli spazi collettivi simile a quello che emerge nelle legis luci: un modello diffuso ben oltre l’ambito romano, come testimoniato dalla provenienza delle iscrizioni sopra richiamate, dalla loro lingua e dalle istituzioni coinvolte. Da questo punto di vista un aspetto che emerge in tutte le leges luci sopravvissute è molto importante: si tratta dell’interazione tra ambito sacrale e autorità cittadine. Compito di far osservare le norme sacre spettava ai magistrati, così come la prerogativa di stabilire esenzioni dai divieti apparteneva all’assemblea locale. In quest’ottica si capisce meglio l’intento dei decemviri di usare un concetto religioso con forte valenza giuridica, il nefas, per convincere il senato a modificare il progetto di ampliamento degli acquedotti che aveva autorizzato: forse non era solo un pretesto politico (comunque presente) ma una vera e propria forma di regolamentazione religiosa delle attività economiche che aveva illustri precedenti.
Per ragioni che non ci è dato conoscere, il senato non applicò il responso dei decemviri. Anche su questo punto si possono fare alcune considerazioni aggiuntive. Se coglie nel segno l’ipotesi che i sacerdoti attingessero a una tutela giuridico-sacrale degli spazi collettivi, è possibile immaginare che questa non fosse adatta alla situazione? In effetti l’Aqua Marcia fu costruita seguendo le regole che disciplinavano gli appalti pubblici, aspetto che non era in discussione, e raggiunse il Campidoglio disattendendo lo scrupolo dei decemviri, legittimo o pretestuoso che fosse. In alternativa, Marcio potrebbe essere andato incontro ai timori dei decemviri rassicurando il senato sulla salubrità dell’acqua portata dal nuovo acquedotto. Inoltre, la sua sorgente era protetta da vincoli religiosi validi in ogni situazione, i quali si integravano adeguatamente con la disciplina delle opere pubbliche. Nel corso del II secolo a.C. anche il diritto romano subisce profonde trasformazioni su iniziativa dell’élite politica e sacerdotale, nel contesto di quella che è stata definita una vera e propria «svolta giurisprudenziale»[60]. Fra le cause di questo importante cambiamento si annovera anche la necessità di adeguare la prassi giuridica alle conseguenze dell’espansione romana nel Mediterraneo e di regolamentare meglio le attività economiche nel nuovo scenario socio-politico. Anche i problemi giuridici posti dall’approvvigionamento idrico di Roma potrebbero aver risentito in qualche misura dei cambiamenti avvenuti nel contesto storico? In effetti sia la disciplina sulle acque sia la normativa ambientale attestate per l’età imperiale paiono incentrate su concetti più articolati rispetto alla nozione di fas sottesa alle leges luci. Nelle regole che normano il rapporto utilitaristico tra uomo e natura entra in gioco innanzitutto il concetto di salubritas, che troviamo già collegato alla storia dell’Aqua Marcia e in generale agli acquedotti repubblicani, e poi una serie complessa di princìpi che regolavano i rapporti giuridici tra pubblico e privato: res in publico usu, res communes omnium, actio popularis[61]. Si tratta di una realtà molto sfaccettata che integra, senza rimpiazzare del tutto, il vincolo di origine religiosa. Certamente i luci non scompaiono nel II secolo a.C. e le relative norme sopravvivono alla svolta imperiale: solo per fare alcuni esempi, il lucus della Dea Dia è ancora tutelato negli Atti degli Arvali del 14 d.C.[62], a sua volta la Lex aedis Furfensis nel I secolo a.C. continua a proteggere il santuario di Giove Libero a Furfo con modalità simili a quelle delle leges luci dei secoli precedenti[63]. Tuttavia, si può immaginare che una realtà peculiare come il Campidoglio rientrasse in una disciplina diversa che teneva conto degli stimoli derivanti dal contesto socio-economico e dal relativo sviluppo urbanistico della città di Roma nel II secolo a.C. Gli acquedotti sono opere dell’ingegneria umana e comportano una complessa rete di trasposto delle acque, che richiede appunto regole apposite anche quando si lambiscono spazi sacri. Il confronto fra decemviri e pretore nel 144 – 140 può anche essere letto come un tentativo di formulare nuove regole sull’approvvigionamento idrico che tengano conto sia degli scrupoli religiosi sia delle esigenze della nuova sensibilità giuridica: i decemviri sollevano un’obiezione legittima dal loro punto di vista, a cui si dà una risposta che include e ridefinisce il concetto di sacro all’interno di un regolamento più ampio.
Conclusioni
Gli anni centrali del II secolo a.C. videro una serie notevole di cambiamenti in vari settori della res publica: nella prassi politica, nelle pratiche giuridiche, nella società romano-italica, nella religione pubblica[64]. Sono cambiamenti difficili da comprendere nel dettaglio, soprattutto a causa dello stato estremamente frammentario delle fonti sul periodo successivo al 167 a.C. In particolare, è difficile stabilire l’esistenza di precise correlazioni tra fenomeni che ci sono noti solo in maniera superficiale. La vicenda dell’Aqua Marcia è stata posta in relazione con la maggior parte dei cambiamenti sopra evocati, allo scopo di ricostruire un contesto plausibile entro cui inserirla. Alcune connessioni sono forse più solide di altre, ma è doveroso precisare che sono tutte quante ipotetiche. Perfino il nesso con l’incrementum urbis, unica relazione dichiarata in modo esplicito dalle fonti, è sfuggente, poiché sono poco chiare le cause profonde e l’arco cronologico a cui si riferisce. Anche il collegamento con la fortuna politica di Quinto Marcio Re non è facilmente quantificabile poiché egli, a quanto pare, non raggiunse il consolato: per ragioni ignote, la sua carriera sembra arrestarsi in concomitanza con il completamento dell’acquedotto intorno al 140 – 139 a.C., data dopo la quale non si hanno più notizie di lui[65]. Pertanto si corre il rischio concreto di sovra-interpretare il significato di un programma edilizio che, in prima istanza, rispondeva a un’esigenza concreta, cioè quella di migliorare l’approvvigionamento idrico di Roma. Si potrebbe quasi affermare che Marcio volesse solo costruire un acquedotto con il consenso del senato, senza necessariamente stravolgere la società romana. Ma questo acquedotto ebbe da subito implicazioni politiche notevoli e, a loro volta, i discendenti di Marcio lo usarono come strumento di propaganda politica.
Nondimeno, l’importanza che le fonti di età imperiale (Plinio, Frontino, Plutarco) attribuiscono a quest’opera rende legittimo il tentativo di stabilire collegamenti con altri fenomeni coevi alla sua costruzione, allo scopo di ricostruire i contorni e l’impatto di una vicenda avvolta nell’oscurità. In questa sede ho proposto il collegamento con la normativa religiosa sulle acque, ipotizzando che fosse anch’essa in via di trasformazione nel II secolo a.C., poiché potrebbe aver avuto un ruolo nel dibattito politico scaturito dal responso decemvirale con cui gli avversari di Marcio tentarono di ostacolare parte del progetto. Il concetto di nefas, oltre a essere un pretesto, forse implicava anche un timore religioso relativo alla profanazione di uno spazio sacro mediante l’apporto di acqua impura, vale a dire non controllata religiosamente. Per ipotesi, le categorie giuridiche a cui si appellavano i decemviri potevano derivare dalla disciplina religiosa che tutelava l’ambiente dal punto di vista igienico-sanitario. Questa disciplina usava il concetto di sacro per salvaguardare la salubritas di una risorsa fondamentale per le attività umane: l’acqua. Il caso del Campidoglio era forse più eclatante di altre parti della città, poiché sul colle esisteva uno dei santuari più importanti della repubblica romana, nato praticamente con essa secondo la tradizione antica[66]. D’altro canto, l’esigenza di terminare l’acquedotto legata alle pressioni socio-economiche sulla città ha permesso di superare questo scrupolo religioso, integrandolo all’interno di una disciplina «mista» (civile e religiosa) che meglio si adattava al contesto di una realtà in espansione.
Ringrazio Federico Santangelo, Cristiano Viglietti e Stefano Briguglio per i preziosi suggerimenti durante la stesura di questo lavoro. La mia gratitudine va anche ai revisori anonimi di ARG.
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